Via Svizzeri al GranCap!

Andrea è riuscito a sorprendermi una volta quando, finito il corso di alpinismo, ricevo una sua chiamata. Mi ha sorpreso ancora di più quando mi ha chiesto se volevo andare ad arrampicare con lui, per di più in valle dell’Orco. A metà luglio il meteo non è bello, i progetti sognati tutto l’inverno sembrano sfumare mentre la corta estate d’alta montagna passa con weekend piovosi. Bisogna scendere. Accetto volentieri l’invito per il sabato successivo. Previsioni: piovaschi durante tutta la giornata. Faccio alcune proposte, mi studio qualche via ma come sempre decidiamo dove andare solo quando siamo a Noasca. Dopo la galleria il cielo è nerissimo quindi proviamo a fare la via dello spigolo ad Aimonin. Ovviamente a metà del penultimo tiro si mette a piovere. Cominciamo a fare le doppie e, inaspettatamente, smette e la parete si asciuga velocemente. Noi siamo sulla grande cengia a metà parete quindi propongo di andare a fare i tiri belli di Pesce d’Aprile. Partiamo e, neanche a farlo apposta, al penultimo tiro ricomincia a piovere e ci dobbiamo calare definitivamente. La punta sarà per un’altra volta. Ci rimane un po’ l’amaro in bocca perché non siamo riusciti a finire le vie ma torno a casa contento. I tiri che abbiamo scalato non sono difficili ma sono molto belli e abbiamo passato la giornata a chiacchierare: ci raccontiamo esperienze, progetti futuri; Andrea mi confessa di essere preoccupato per il modulo di roccia del corso per diventare Istruttore Regionale e mi dice di voler arrampicare un po’ prima dell’esame; poi si torna a parlare di montagne e di un po’ di tutto. Quasi per caso gli dico che, se il tempo si sistema, vorrei fare una via sui satelliti del Monte Bianco, un sogno sarebbe il Gran Capucin.

La vera sorpresa arriva circa una settimana fa: mi arriva un messaggio vocale da Andrea. Sto lavorando e non posso rispondere ma appena ho un attimo e lo ascolto rimango senza parole: dopo la nostra giornata in Orco ha letto le relazioni della via degli Svizzeri e mi propone di andarla a fare il weekend successivo. Rispondo immediatamente. Adesso è il mio turno di studiare e quella sera vado a letto tardi dopo aver sfogliato tutto ciò che c’è in rete su quella via. Propongo una bozza di organizzazione e logistica, ma dobbiamo ancora aspettare per vedere se il tempo ci concederà un weekend sereno. Arriva il giovedì e delle previsioni attendibili: si va. Raffiniamo i piani, studiamo ancora una volta le relazioni e facciamo gli zaini. Venerdì sera si parte: passeremo la notte nel mio furgone per essere pronti per prendere la prima funivia alle 6.30, evitandoci però la levataccia a Torino.

Quando arriviamo a punta Helbronner la giornata è perfetta: calda, leggermente ventilata e non c’è una nuvola. Partiamo senza perdere tempo, in un’ora scarsa siamo alla base del Gran Capucin e qui scopriamo che non siamo stati i soli a pensare di venire a fare la via più ripetuta del pilastro più iconico del Monte Bianco.

Aspettiamo una buona mezz’ora e finalmente riusciamo a partire in parallelo con un’altra cordata di italiani. I primi cinque tiri consistono in un lungo zoccolo di terreno appoggiato che costeggia il canale che porta all’attacco storico della via. Questi passano veloci, la quota non ci dà fastidio, troviamo velocemente le soste e il famoso granito del Bianco ha un ottimo grip. In poco tempo ci troviamo dove la parete s’impenna e la roccia cambia colore dal grigio a un bellissimo arancione giallastro. Sullo zoccolo il percorso non è obbligato e appena prima di attaccare la prima fessura una cordata di francesi ci passa davanti. Noi non abbiamo ansia da prestazione e non cerchiamo nessun record quindi rispettiamo la precedenza e li facciamo sorpassare. Subito questa cordata si rivela essere lenta e fanno qualche manovra che non ci lascia molto tranquilli. Ad ogni modo i tiri passano tranquilli e ci troviamo in cima al grande diedro che caratterizza il primo terzo della via.

Sulla grande cengia mangiamo, beviamo e ci confrontiamo sui tiri passati. Le difficoltà fino a qui non sono state elevatissime ma l’arrampicata è sempre molto fisica. Inoltre guardiamo l’orologio e ci rendiamo conto che i francesi ci stanno facendo perdere molto tempo. Attacchiamo la seconda parte che percorre con tre tiri un diedro molto più aperto e verticale del precedente.

L’esposizione aumenta notevolmente e l’arrampicata si fa molto più sostenuta a causa della roccia che cambia e qua sembra non offrire nessun attrito. Si fa fatica a tenere i bordi arrotondati delle fessure, gli incastri sembrano scivolare fuori e i piedi che fino al tiro prima sfruttavano facilmente ogni cristallo, adesso devono essere spalmati su rare macchie biancastre dove sembrano tenere un po’ di più o devono rimanere in incastri sottili e malsicuri.

Quando sto arrivando alla seconda sosta di questa sezione il francese davanti a me cade e si fa calare dal compagno. Prendo la palla al balzo e salto la loro sosta nel tentativo di superarli unendo due tiri. Adesso il fiato corto e la stanchezza si fanno sentire e devo lottare per arrivare in sosta in libera. Viene il turno di Andrea che con qualche aiuto e un po’ di fatica arriva velocemente in sosta e conclude il sorpasso.

Adesso non abbiamo più cordate che ci indicano la strada ma, fortunatamente, la via è molto evidente. Un altro tiro e dovremmo aver finito la parte difficile. Il tiro successivo  passa veloce ma davanti a me c’è una placca che oltre ad essere chiodata distante non sembra affatto facile. Andrea giustamente mi chiede se non dovevano essere finite le difficoltà. “Ancora un tiro duro e poi spiana”: mi sento di rispondergli come si fa con i bambini ma non ho voglia di prendere il telefono in fondo allo zaino per guardare la relazione. Adesso sono stanco e il peso dei 10 tiri precedenti si fa sentire: voglio solo arrampicare e togliermi questo ultimo tiro duro. Adesso scalo sicuramente peggio rispetto ai primi tiri e, spalmato contro la parete tirando delle croste minuscole, le difficoltà mi sembrano estreme. Sbaglio il passo, ne combino di tutti i colori ma alla fine arrivo in sosta. Sopra di me ci sono solo più placche appoggiate e cielo. Superiamo velocemente il tiro che ci separa dalla cima. Questa volta ce l’abbiamo fatta! Siamo in cima al Gran Capucin!

Una vetta che avevo immaginato leggendo i libri di Bonatti, che mi aveva rapito lo sguardo la prima volta che avevo sciato la Vallée Blanche con mio padre più di dieci anni fa, che ha continuato a sfidarmi con i suoi diedri e i suoi tetti ogni volta che ho superato il Col des Flambeaux. Finalmente anche noi siamo su questa cima. Ci facciamo i complimenti a vicenda, una stretta di mano ma non perdiamo tempo. Rimaniamo concentrati perché c’è ancora una lunghissima serie di calate prima di arrivare al ghiacciaio. Ci dimentichiamo persino di fare una foto di vetta insieme, per fortuna sono riuscito a farne una mentre Andrea arrivava in sosta.

Le calate si svolgono velocemente e in meno di due ore tocchiamo la neve alla base del nostro pilastro. Finalmente possiamo togliere le scarpette, rimettere gli scarponi e avvisare a casa che siamo scesi dalla parete.

Ci manca solo più la penosa risalita fino al rifugio Torino. Non ci importa più di essere veloci e il fermarsi continuamente ci dà l’occasione di ammirare le mille punte del Monte Bianco al tramonto, il granito del Dente del Gigante che diventa rosso e i seracchi della Brenva che invece hanno già i colori della notte.

La mattina uscendo dalla funivia ci eravamo detti che un tempo accettabile sarebbe stato arrivare al Torino senza frontali, arriviamo quando le Grandes Jorasses e il Cervino in lontananza sono ancora ben illuminate.

Grazie Ruf per avermi accompagnato in queste belle gite. In bocca al lupo per il tuo esame! A presto su roccia, ghiaccio, misto, alta quota o nella grotta delle Courbassere!