Archivi tag: alpinismo

Nuovi Corsi Stagione 2025/2026

Ciao a tutti!

Augurandoci che stiate trascorrendo una splendida estate in montagna, siamo felici di annunciare le nuove date dei corsi 2025-2026 della Scuola Alberto Grosso del CAI UGET di Torino, che partiranno a settembre con il corso di Arrampicata Libera!

Tutti i dettagli per l’iscrizione e la partecipazione sono disponibili nella sezione “Corsi” del nostro sito.

Sperando di vedervi tutti alla presentazione, vi ringraziamo per la costante attenzione che dedicate alle nostre attività!

Vi aspettiamo quindi alla presentazione che si terrà l’11 settembre 2025 presso il Parco della Tesoriera, durante la quale introdurremo tutti i corsi e vi daremo i dettagli per il primo a partire, quello di Arrampicata Libera!

Cliccando sull’immagine sottostante, potete scaricare il volantino in pdf da diffondere!

Via Svizzeri al GranCap!

Andrea è riuscito a sorprendermi una volta quando, finito il corso di alpinismo, ricevo una sua chiamata. Mi ha sorpreso ancora di più quando mi ha chiesto se volevo andare ad arrampicare con lui, per di più in valle dell’Orco. A metà luglio il meteo non è bello, i progetti sognati tutto l’inverno sembrano sfumare mentre la corta estate d’alta montagna passa con weekend piovosi. Bisogna scendere. Accetto volentieri l’invito per il sabato successivo. Previsioni: piovaschi durante tutta la giornata. Faccio alcune proposte, mi studio qualche via ma come sempre decidiamo dove andare solo quando siamo a Noasca. Dopo la galleria il cielo è nerissimo quindi proviamo a fare la via dello spigolo ad Aimonin. Ovviamente a metà del penultimo tiro si mette a piovere. Cominciamo a fare le doppie e, inaspettatamente, smette e la parete si asciuga velocemente. Noi siamo sulla grande cengia a metà parete quindi propongo di andare a fare i tiri belli di Pesce d’Aprile. Partiamo e, neanche a farlo apposta, al penultimo tiro ricomincia a piovere e ci dobbiamo calare definitivamente. La punta sarà per un’altra volta. Ci rimane un po’ l’amaro in bocca perché non siamo riusciti a finire le vie ma torno a casa contento. I tiri che abbiamo scalato non sono difficili ma sono molto belli e abbiamo passato la giornata a chiacchierare: ci raccontiamo esperienze, progetti futuri; Andrea mi confessa di essere preoccupato per il modulo di roccia del corso per diventare Istruttore Regionale e mi dice di voler arrampicare un po’ prima dell’esame; poi si torna a parlare di montagne e di un po’ di tutto. Quasi per caso gli dico che, se il tempo si sistema, vorrei fare una via sui satelliti del Monte Bianco, un sogno sarebbe il Gran Capucin.

La vera sorpresa arriva circa una settimana fa: mi arriva un messaggio vocale da Andrea. Sto lavorando e non posso rispondere ma appena ho un attimo e lo ascolto rimango senza parole: dopo la nostra giornata in Orco ha letto le relazioni della via degli Svizzeri e mi propone di andarla a fare il weekend successivo. Rispondo immediatamente. Adesso è il mio turno di studiare e quella sera vado a letto tardi dopo aver sfogliato tutto ciò che c’è in rete su quella via. Propongo una bozza di organizzazione e logistica, ma dobbiamo ancora aspettare per vedere se il tempo ci concederà un weekend sereno. Arriva il giovedì e delle previsioni attendibili: si va. Raffiniamo i piani, studiamo ancora una volta le relazioni e facciamo gli zaini. Venerdì sera si parte: passeremo la notte nel mio furgone per essere pronti per prendere la prima funivia alle 6.30, evitandoci però la levataccia a Torino.

Quando arriviamo a punta Helbronner la giornata è perfetta: calda, leggermente ventilata e non c’è una nuvola. Partiamo senza perdere tempo, in un’ora scarsa siamo alla base del Gran Capucin e qui scopriamo che non siamo stati i soli a pensare di venire a fare la via più ripetuta del pilastro più iconico del Monte Bianco.

Aspettiamo una buona mezz’ora e finalmente riusciamo a partire in parallelo con un’altra cordata di italiani. I primi cinque tiri consistono in un lungo zoccolo di terreno appoggiato che costeggia il canale che porta all’attacco storico della via. Questi passano veloci, la quota non ci dà fastidio, troviamo velocemente le soste e il famoso granito del Bianco ha un ottimo grip. In poco tempo ci troviamo dove la parete s’impenna e la roccia cambia colore dal grigio a un bellissimo arancione giallastro. Sullo zoccolo il percorso non è obbligato e appena prima di attaccare la prima fessura una cordata di francesi ci passa davanti. Noi non abbiamo ansia da prestazione e non cerchiamo nessun record quindi rispettiamo la precedenza e li facciamo sorpassare. Subito questa cordata si rivela essere lenta e fanno qualche manovra che non ci lascia molto tranquilli. Ad ogni modo i tiri passano tranquilli e ci troviamo in cima al grande diedro che caratterizza il primo terzo della via.

Sulla grande cengia mangiamo, beviamo e ci confrontiamo sui tiri passati. Le difficoltà fino a qui non sono state elevatissime ma l’arrampicata è sempre molto fisica. Inoltre guardiamo l’orologio e ci rendiamo conto che i francesi ci stanno facendo perdere molto tempo. Attacchiamo la seconda parte che percorre con tre tiri un diedro molto più aperto e verticale del precedente.

L’esposizione aumenta notevolmente e l’arrampicata si fa molto più sostenuta a causa della roccia che cambia e qua sembra non offrire nessun attrito. Si fa fatica a tenere i bordi arrotondati delle fessure, gli incastri sembrano scivolare fuori e i piedi che fino al tiro prima sfruttavano facilmente ogni cristallo, adesso devono essere spalmati su rare macchie biancastre dove sembrano tenere un po’ di più o devono rimanere in incastri sottili e malsicuri.

Quando sto arrivando alla seconda sosta di questa sezione il francese davanti a me cade e si fa calare dal compagno. Prendo la palla al balzo e salto la loro sosta nel tentativo di superarli unendo due tiri. Adesso il fiato corto e la stanchezza si fanno sentire e devo lottare per arrivare in sosta in libera. Viene il turno di Andrea che con qualche aiuto e un po’ di fatica arriva velocemente in sosta e conclude il sorpasso.

Adesso non abbiamo più cordate che ci indicano la strada ma, fortunatamente, la via è molto evidente. Un altro tiro e dovremmo aver finito la parte difficile. Il tiro successivo  passa veloce ma davanti a me c’è una placca che oltre ad essere chiodata distante non sembra affatto facile. Andrea giustamente mi chiede se non dovevano essere finite le difficoltà. “Ancora un tiro duro e poi spiana”: mi sento di rispondergli come si fa con i bambini ma non ho voglia di prendere il telefono in fondo allo zaino per guardare la relazione. Adesso sono stanco e il peso dei 10 tiri precedenti si fa sentire: voglio solo arrampicare e togliermi questo ultimo tiro duro. Adesso scalo sicuramente peggio rispetto ai primi tiri e, spalmato contro la parete tirando delle croste minuscole, le difficoltà mi sembrano estreme. Sbaglio il passo, ne combino di tutti i colori ma alla fine arrivo in sosta. Sopra di me ci sono solo più placche appoggiate e cielo. Superiamo velocemente il tiro che ci separa dalla cima. Questa volta ce l’abbiamo fatta! Siamo in cima al Gran Capucin!

Una vetta che avevo immaginato leggendo i libri di Bonatti, che mi aveva rapito lo sguardo la prima volta che avevo sciato la Vallée Blanche con mio padre più di dieci anni fa, che ha continuato a sfidarmi con i suoi diedri e i suoi tetti ogni volta che ho superato il Col des Flambeaux. Finalmente anche noi siamo su questa cima. Ci facciamo i complimenti a vicenda, una stretta di mano ma non perdiamo tempo. Rimaniamo concentrati perché c’è ancora una lunghissima serie di calate prima di arrivare al ghiacciaio. Ci dimentichiamo persino di fare una foto di vetta insieme, per fortuna sono riuscito a farne una mentre Andrea arrivava in sosta.

Le calate si svolgono velocemente e in meno di due ore tocchiamo la neve alla base del nostro pilastro. Finalmente possiamo togliere le scarpette, rimettere gli scarponi e avvisare a casa che siamo scesi dalla parete.

Ci manca solo più la penosa risalita fino al rifugio Torino. Non ci importa più di essere veloci e il fermarsi continuamente ci dà l’occasione di ammirare le mille punte del Monte Bianco al tramonto, il granito del Dente del Gigante che diventa rosso e i seracchi della Brenva che invece hanno già i colori della notte.

La mattina uscendo dalla funivia ci eravamo detti che un tempo accettabile sarebbe stato arrivare al Torino senza frontali, arriviamo quando le Grandes Jorasses e il Cervino in lontananza sono ancora ben illuminate.

Grazie Ruf per avermi accompagnato in queste belle gite. In bocca al lupo per il tuo esame! A presto su roccia, ghiaccio, misto, alta quota o nella grotta delle Courbassere!

Gran Paradiso Parete Nord

Racconto di Alejandro Pedroso

Parte un messaggio WhatsApp durante una pausa caffè martedì 3 giugno: “Ame, ti giro queste cose perché voglio soffrire o perché è un importante promemoria di una cosa discussa più volte in passato”; la risposta non si fa attendere: “Quando andiamo?”, bene, allora ci siamo!

Il messaggio conteneva delle immagini prese da un noto sito web su una recente salita della parete nord del Gran Paradiso. Come dicevo, ne avevamo parlato diverse volte, anche con altri istruttori della scuola, ma non si era mai trovata la quadra giusta, e come ben sappiamo, dovuto al cambiamento climatico insieme al rinnovato interesse per le montagne, sta diventando sempre più difficile trovare le condizioni giuste, non solo a livello di ambiente, ma anche a livello di affollamento.

Il caso vuole che proprio quel giorno io mi ritrovi a cena con alcuni amici sempre del giro del CAI, e c’è anche Fra che chiede se qualcuno fa qualcosa la settimana successiva perché lui è in ferie; gli dico “con Ame stiamo pensando alla Nord del GranPa, ti interessa?”; la risposta è scontata, scrivo ad Ame che si trova in palestra, coinvolge velocemente Albi; perfetto 2 cordate ce le abbiamo! Senza aver finito di cenare chiamo subito il rifugio per capirne la disponibilità; posto c’è! Prenoto! Non resta che tenere d’occhio il meteo ed incrociare le dita.

Ai tempi d’internet le informazioni corrono veloci e nel giro di pochi giorni 2 “contatti” la salgono, riferiscono condizioni ottime, il meteo continua a promettere bene per noi. Dai che ci siamo!

Martedì 10 giugno ci troviamo da Ame, pranziamo e partiamo alla volta della bellissima e selvaggia Valsavarenche nel cuore del Parco Nazionale del Gran Paradiso. Arriviamo al parcheggio accanto al torrente a circa 1830mslm e partiamo per il Rifugio Chabod (2710mslm) poco dopo le 16:30 e in due ore scarse siamo su, facendo gli 880m di dislivello, giusto in tempo per registrarci e dare le nostre preferenze per la cena.

Mentre saliamo ci fermiamo a bere un goccio d’acqua nella fontana di Lavassey, poi guardiamo il panorama e osserviamo con attenzione la cascata “Antares”, un classico della stagione invernale e del Corso di Ghiaccio. Ad un certo punto si scorge il Gran Paradiso e la via che saliremo il giorno dopo. La parete che, per essere precisi, ha un’esposizione Nord-Ovest, splende al sole a quest’ora e una leggera brezza fresca ci scorre intorno mentre guardiamo meravigliati lo spettacolo che abbiamo davanti. Ci guardiamo in faccia e commentiamo quanto sembri lunga e ripida, anche se si sa in montagna spesso veniamo ingannati dalle prospettive.

Sveglia alle 2:30, siamo andati a letto prestissimo e abbiamo dormito bene, facciamo colazione, ci prepariamo e partiamo tra una cosa e l’altra alle 3:15. Secondo il gestore del rifugio dovremmo essere una quindicina in parete oggi, 5 o 6 cordate. Siamo i primi a partire, poco dopo di noi una cordata di tre ragazze francesi (della Gendarmerie, a detta del rifugista). Ci mettiamo in cammino sulla traccia che parte dietro il locale invernale, pochi minuti e stiamo pestando neve ben rigelata, soffia vento, non forte ma più del previsto, ci fa capolino una luna piena ormai bassa attraversata da un paio di nuvole allungate, che comunque ci dona un po’ di luce in più, il cielo stellato è magnifico. Affrontiamo la morena sulla dorsale detritica, stiamo salendo a buon ritmo. Troviamo a un certo punto una traccia alta e una traccia bassa, ignoriamo l’alta, la prendiamo larga e proseguiamo lungo la normale per poi puntare decisamente a sinistra verso alcuni seracchi e risalire una rampa accanto a un piccolo scarico da valanga. A quel punto vediamo le ragazze francesi che probabilmente seguendo la traccia alta hanno recuperato un po’ di terreno. Io devo aggiustare un rampone, e nel frattempo ci raggiungono, saranno passate circa due ore e mezza dalla partenza; siamo lì circa un’ora prima di quanto ci è stato detto in rifugio. Risaliamo un po’ tutti insieme il pendio che porta alla terminale, e, siccome siamo dei cavalieri, lasciamo le ragazze attraversare per prime; poi Amedeo ed Alberto ed infine Francesco ed io. Il crepaccio è abbastanza chiuso, avrà un’apertura di una spanna e la neve intorno è solida, il vento soffia ancora anche se più a folate.

La salita si fa pian piano più ripida, la neve è portante e abbastanza gradinata, in buona parte grazie alle cordate che abbiamo davanti; Amedeo ha sorpassato le francesi e sta battendo traccia, a momenti la quota si inizia a far sentire, ma la salita è abbastanza agevole. Ad un certo punto arriviamo a un punto un po’ ghiacciato dove traversiamo a sinistra con colpi decisi di piccozza mentre ci avviciniamo alla fascia rocciosa sulla nostra sinistra.

Continuiamo a salire mentre le cordate che ci precedono rallentano perché sono arrivate a 8 o 10 metri di ghiaccio affiorante. Amedeo prosegue più lentamente ma con passo deciso, pianta 3 viti che lascia gentilmente per le ragazze e per noi. Nel frattempo noi attendiamo mentre dall’alto un po’ di ghiaccio ci cade in testa mentre cerchiamo di spostarci un po’ dalla verticale, ma non c’è molto da fare. Il ghiaccio risulta crostoso e spaccoso in superficie con ghiaccio più duro sotto, tecnicamente non è difficile, solo un po’ delicato, procediamo tutti quanti in conserva, a me l’onere di recuperare il materiale. Ancora pochi metri e i primi raggi di luce iniziano a colpirci, qualche metro in più e siamo in cresta, e che cresta magnifica! Siamo fuori dalla Nord!

Ci avviamo verso destra, piegando in direzione Sud-Ovest, lungo l’estetica e affilata cresta di neve, che verso la fine inizia a far vedere qualche roccia. Tocchiamo il punto più alto del Gran Paradiso a 4061mslm, l’unica vetta sopra i 4000 totalmente in territorio italiano. Facciamo la calatina verso l’intaglio e risaliamo il salto roccioso fino alla Madonnina che è il punto di riferimento classico per questa montagna, anche se in realtà si trova qualche metro più in basso della cima “vera”. La mia personale opinione è che la soddisfazione è la stessa e non ci disturbiamo con i cacciatori di cifre. Sono circa le 8:00 e noi sorridiamo accanto alla statuina, il vento si è placcato, il sole splende, il cielo è azzurrissimo, non si può chiedere di meglio!

Battiamo un cinque, ci idratiamo bene, mangiamo qualche barretta e intorno alle 9:00 giù per la via normale che ci riporterà allo Chabod, dove arriveremo intorno alle 11:00 per prenderci una meritata fetta di torta, per poi proseguire giù verso la macchina. Dopo più di 2200m di dislivello negativo ci rinfreschiamo un po’ nel torrente e ce ne torniamo a casa più che soddisfatti!

Corso di Alpinismo 2026

Ciao a tutti! È con grande piacere che presentiamo il nuovo corso di Alpinismo per la stagione estiva 2026!

La presentazione ufficiale sarà in sede, il giorno giovedì 14/05/2026 alle ore 21! Vi aspettiamo numerosi! Non mancate!

Per i dettagli clicca qui!

Le iscrizioni saranno aperte a partire dal giorno 4/5/2026, potete inviare la vostra candidatura, compilando il modulo seguente e inviandolo via mail.

Modulo Iscrizione Alpinismo

Per informazioni e iscrizioni: corsoalpinismo@caiuget.it

Scarica il volantino in PDF cliccando sull’immagine qui sotto!

Pagina Facebook della Scuola

Scuola di Alpinismo e Arrampicata Alberto Grosso – Cai Uget Torino

La Scuola di Alpinismo e Arrampicata Alberto Grosso del Cai Uget Torino organizza annualmente Corsi di Arrampicata e Alpinismo per gli iscritti al CAI, volti ad avvicinare tutti alle attività sportive di montagna: Arrampicata Libera (in falesia e su vie lunghe), arrampicata su ghiaccio, alpinismo.

La Scuola organizza inoltre un corso di Ginnastica Presciistica e Prealpinistica, volto al mantenimento fisico indoor quando non è possibile svolgere attività all’aperto con più regolarità.

Sul sito vengono anche pubblicate le schede dei corsi, il materiale didattico, informazioni e notizie dal mondo dell’alpinismo e della montagna.

La presentazione dei corsi di arrampicata e alpinismo annuali avviene in concomitanza con la presentazione del primo corso dell’anno accademico, quello di Arrampicata Libera! Vi aspettiamo numerosi!

Visitate la nostra pagina Facebook, sulla quale potrete trovare foto e descrizioni degli ultimi corsi svolti dalla Scuola.

Per informazioni scrivi a: direzionealp@caiuget.it

Scarica il volantino in PDF cliccando sull’immagine qui sotto!

La Nord del Pizzo d’Uccello

L’estate avanza, le giornate sono lunghe e calde, quale periodo migliore per affrontare una parete Nord?

Nel cassetto delle vie classiche da fare almeno una volta nella vita c’è la via probabilmente più famosa delle Alpi Apuane, la Oppio-Colnaghi sulla parete Nord del Pizzo d’Uccello.

Come sempre insieme al fidato Paolo, partiamo una sera e andiamo a dormire dove inizia il sentiero per raggiungere l’attacco della via e, dopo una notte non troppo lunga, raggiungiamo la parete.

La Nord vista dall’inizio della ferrata.

La via è molto lunga, se la si arrampica tutta a tiri se ne contano 19 totali, ma ha anche lunghi tratti che possono essere percorsi in conserva con le giuste precauzioni (se si esce anche poco dalla linea classica, la parete può diventare moooolto instabile!)

Le difficoltà non sono mai elevate, ma i tiri di V+ classico non sono mai da sottovalutare e le protezioni scarseggiano! Oltretutto non è sempre facile integrare.

Una delle caratteristiche che ha reso famosa questa via sono le due scritte “comuniste” che si incontrano in due delle soste, più o meno a metà parete: chissà chi si sarà preso la briga negli anni di andarle a piazzare proprio lì!

Lotta Continua…

Potere alle masse…

Nel complesso la via si svolge prevalentemente dentro camini o pseudo tali, come ovvio considerando l’anno in cui fu salita la prima volta da Oppio e Colnaghi, il 1940!

Paolo in uscita da uno dei camini

Quando arriviamo in cima siamo soddisfatti e… accaldati! Ebbene sì, come intuibile, vista la zona e la relativa bassa quota (la vetta del Pizzo d’Uccello è a 1781 mslm), è una Nord che non lascia un ricordo da Nord Alpina, infatti l’abbiamo scalata tutta in maglietta e, le poche volte che il sole ci colpiva di traverso, ci riparavamo subito all’ombra alla ricerca di refrigerio!

In Vetta!

La via è sicuramente meritevole, sia per il valore storico che rappresenta, sia per la bellezza dei panorami e per la solitudine con la quale la si scala!

Finalmente il GranCap!

Io sognavo di raggiungere la vetta del Grand Capucin, uno dei Satelliti del Monte Bianco più famosi e temuti, da tanti anni, mentre Paolo sognava di raggiungere nuovamente la stessa cima (l’aveva già raggiunta dalla Via degli Svizzeri) dalla blasonata Via Bonatti-Ghigo, la prima salita dal mitico Walter sull’imperiosa parete Est!

Così decidiamo di provarci, peraltro come prima via in alta montagna della stagione, e come prima opzione pensiamo di salire al Torino il venerdì pomeriggio, salire la via il sabato, dormire ancora in quota e scendere domenica. Purtroppo un inconveniente lavorativo ci impedisce di salire il venerdì, così facciamo la follia di partire sabato mattina con la prima funivia e tentarla così.

Ma ovviamente abbiamo fatto il passo più lungo della gamba e, nel tardo pomeriggio, ci troviamo sotto il muro di 40 metri di 7a, che peraltro è completamente bagnato (più che altro è una cascata!), così in modo un po’ avventuroso disarrampichiamo l’ultimo tiro salito (il 6c di fessurino in traverso) e scendiamo, per evitare di farci sorprendere in parete dal buio! Scelta che si rivela saggia! Passiamo la notte al Torino (vecchio! il nuovo era pieno!) e al mattino saliamo la Bettembourg al Pic Adolphe (avevamo deciso di fare una via facile vista la stanchezza, e la scelta era caduta su Lifting du Roi al Roi de Siamo, ma c’era una gran coda, così…).

Settimana dopo, Paolo mi chiama e mi dice “ora la conosciamo fino a metà, saremo più veloci fino lì, facciamo in artif il muro bagnato e per la sera scendiamo”, io titubo un po’ ma poi mi faccio convincere, ma a condizione di salire la sera, dormire su (in tenda sul ghiacciaio), farla dormire di nuovo in tenda e scendere con comodo il giorno ancora seguente! E così è, si parte il sabato pomeriggio, notte bellissima in tenda sotto il GranCap, e al mattino attacchiamo alle prime luci.

Risaliamo velocemente lo zoccolo, seguendo delle cenge verso sinistra (il canale usato originariamente da Walter non è più salibile in sicurezza in questa stagione), e alle 8 siamo sulle Terrazze Bonatti sotto l’attacco del primo tiro!

Come previsto da Paolo saliamo velocemente i tiri già saliti la volta precedente, diedri e fessure bellissimi, saliti in libera fino al 6b, poi il famigerato fessurino di 6c in traverso verso destra seguito dal muro di 40 metri, sempre bagnato (saliti entrambi in artif con uso di staffe, per velocizzare la progressione).

Da quel momento ci muoviamo su terreno a noi sconosciuto, ma, un po’ in libera un po’ in artif, raggiungiamo la vetta nemmeno troppo tardi, nonostante la mia notevole fatica e i crampi del povero Paolo che ha dovuto tirare da primo gli ultimi tiri (la via è davvero molto fisica, e scalarne tratti in artif non rende la fatica minore!).

Poi doppie “veloci” (in realtà ne sbagliamo una e dobbiamo superare uno strapiombo in discesa), e prima del buio siamo di nuovo in tenda, una bella cena ristoratrice sul fornello e poi un meritato riposo!

La soddisfazione di aver seguito le orme di uno dei più grandi alpinisti di sempre si  legge ancora nei nostri occhi mentre scendiamo con la funivia!

Grazie a Walter per averci aperto tante e tante vie e grazie a Paolo per la sua affidabilità e tenacia!

Bonatti al Grand Capucin

Bonatti al Grand Capucin

Bonatti al Grand Capucin

Bonatti al Grand Capucin

Bonatti al Grand Capucin Bonatti al Grand Capucin

Bonatti al Grand Capucin Bonatti al Grand Capucin

Bonatti al Grand Capucin

Bonatti al Grand Capucin

Bonatti al Grand Capucin

Bonatti al Grand Capucin

Punta Gnifetti – Cresta Signal

Cresta Signal
Cresta Signal

Questo weekend, io e il Guidonz, Blex e Umby, (in totale quattro istruttori della nostra carissima scuola), ci siamo regaliti una classica tra le classiche, un’ imperdibile e famosa tra le famose.. la cresta Signal alla Punta Gnifetti 4554m (D). Monte Rosa.
Io e Guido è da almeno tre anni che siamo lì lì per farla, poi per un motivo o per l’altro non riusciamo mai a far quadrare tutto, tra impegni, meteo, ferie, neve, ginocchia, qualcosa ci ha sempre impedito di esaudire questo piccolo sogno.
Sì perché la Signal è proprio un sogno, una linea bellissima, una cresta che parte dal fondovalle ed arriva in cima al Monte Rosa facendo da spartiacque tra i versanti Sud ed Est di una tra le montagne più grandiose delle Alpi.
Quando ad Alagna lasci l’auto al parcheggio e guardi in alto, molto in alto, vedi già la tua meta; si trova 3300 metri più in su. Dovrai fare tutto ciò interamente con le tue gambe, e ciò rende la Signal veramente una salita perfetta!
Il primo giorno sali 2400 metri fino al bivacco Resegotti; se vuoi una navetta ti toglie i primi 400 m., ma noi dopo averne accennato l’esistenza in macchina non ne abbiamo più parlato, a ripensarci è curioso, usciti dalla macchina ci siamo semplicemente messi a salire.
Al bivacco abbiamo trovato tanta gente, troppa, così alcuni di noi, dopo le varie code per preparare acqua e cibo, han dovuto persino dormire per terra!
Il secondo giorno invece basta code e confusione, siamo partiti sufficientemente presto (ore 2:30), da essere sicuri di non incontrare anima viva. Umby e Blex in una cordata, io e Guido in un’altra. Dopo pochi minuti, rallentati da qualche problemino tecnico di troppo, io e Guido abbiamo smesso di vedere le frontali dei nostri velocissimi amici, e ci siamo ritrovati soli per il resto della salita. Ogni tanto le preziose tracce di chi ci precedeva ci hanno facilitato la scelta del percorso, ma molto spesso capire dove passare ha rappresentato la difficoltà maggiore, soprattutto nella completa oscurità di una notte senza Luna. Scalare alla luce delle frontali è comunque sempre impegnativo ed emozionante…
e da farsi solo se si è ben lucidi e coscienti di cosa si sta facendo!
La salita fino in vetta ci è costata 5 ore di divertenti fatiche, Marco e Umby ne hanno impiegate 3 e 45…. un tempo che quasi ridicolizza le difficoltà di questo itinerario, che di solito è dato per 6-8 ore….
Tempi a parte la cresta è in ottime condizioni, fantastica, e l’ambiente è tra i più grandiosi che si possano trovare nelle Alpi; non posso che consigliarla a chiunque si senta preparato e in un momento di ottima forma…soprattutto da un punto di vista di dislivello, questo è importante, se no diventa un calvario.
Per il resto una gran via di misto classico, godimento puro!

Pigne d’Arolla – Corso di Alpinismo 2011

A volte ti rimane lì per anni, le stagioni si susseguono e  non riesci a trovare il momento giusto.

Non che manchino i momenti durante l’anno, ma lì si va d’estate o in primavera con gli sci, con la neve ma non troppa, ma neanche troppo poca che poi escono troppi buchi sul ghiacciaio.

Ci vuole bel tempo altrimenti “che si va a fare in quota se poi non si riesce a veder il panorama”, ci vogliono soci giusti, gente che cammini ma che non sia neanche troppo “invasata tecnicamente” che cioè non cerchi solo e sempre il grado, la velocità, la quota……

Finalmente ad inizio luglio tutte queste condizioni si sono materializzate all’interno del percorso didattico che prevede il nostro Corso di Alpinismo e allora……si va.

Destinazione Arolla, val d’Herens, Vallese, Svizzera.

All’arrivo, dopo un viaggio neppure troppo lungo, si gusta subito il vero paesaggio alpino del versante  settentrionale delle Alpi: valli strette e lunghe modellate dagli antichi ghiacciai, cime alte e slanciate che partono dai ghiaioni posti al di sopra di verdissimi pascoli, paesini caratteristici con sullo sfondo grandi cime come la Dent Blanche….

La nostra meta è la Pigne d’Arolla, un quasi 3800 (3790) che svetta alto sulle tormentate morene dei ghiacciai della Piece e di Tsijiore Nouve. Alla sua sinistra il mont Collon, che ci accoglie subito con una bella scarica di seracchi che percorre il suo profondo versante nord…..sì siamo in montagna.

Il nostro itinerario prevede la traversata della montagna da ovest ad est, partendo da Cabane des Dix e scendendo da Cabane des Vignettes. Il pomeriggio quindi è dedicato a raggiungere il rifugio, posto in una valle parallela a quella percorsa per arrivare ad Arolla, sulla sinistra orografica del Glacier de Cheilon a monte del Lac des Dix formato dallo sbarramento dell’enorme diga chiamata Grande Dixence.

Il dislivello non è eccessivo, circa 900 mt per arrivare al Pas de Chevre dal quale si passa sull’altro versante scendendo una ventina di metri per scalette metalliche verticali ancorate alla roccia. Una bella camminata senza fretta, senza coda alla funivia lungo prati e ghiaioni facili che lasciano spazio per far andare la fantasia….Attraversato il ghiacciaio dopo una breve risalita si raggiunge il tipico rifugio svizzero: posizione panoramica con una splendida vista sulla parete nord del Mont Blanc de Cheilon, ben tenuto, pulito, ben gestito e……caro.

La mattina seguente sveglia antelucana come di norma per le salite su neve nelle alpi occidentali; si parte appena albeggia, in modo da poter vedere il migliore percorso sulle morene sassose della parte bassa del ghiacciaio già secco nonostante sia solo l’inizio di luglio. Poi, dopo esserci legati, la salita prende “quota”; i panorami si allargano, attraverso i colli si intravedono le cime circostanti tingersi di rosa, la via prende forma attraverso alcuni crepacci bonari che si fanno intuire facilmente. Arrivati al col de Breney il percorso è chiaro e si ha una stupenda veduta sulla seraccata della parete nord della Pigne e sul Cervino distante qualche chilometro.

In cima spira un forte vento da nord-ovest ma la soddisfazione di essere al centro dell’arco alpino occidentale con un panorama che spazia dal Monte Bianco all’Oberland, dal Gran Paradiso al Monterosa non ha eguali. Nonostante il freddo restiamo un po’ in contemplazione, guardando la maggior parte dei 4000 delle alpi, immaginando prima o poi di salirne qualcuno…

La discesa percorre la via normale da Cabane des Vignettes. Essendo rivolta ad est, nella parte inferiore la neve si sta già ammorbidendo. Si passa velocemente sotto la seraccata posta di fronte al rifugio e poi per il Glacier de la Piece si ritorna a prendere il sentiero che riporta a valle.

Nonostante la cima non raggiunga i 4000, il dislivello di 1800 metri in discesa si fa un po’ sentire ma grazie all’entusiasmo ed all’ottimo allenamento dei nostri 3 allievi Serena, Luca e Vittorio a mezzogiorno siamo tutti alla macchina.

                                                                                              Guglielmo Finello

                                                                                              Roberto Bellardi

 

Nord dell’Aiguille du Midi

L’inverno è finito da un po’, è ora finalmente di fare un po’ di alpinismo? La nostra soddisfazione ce l’eravamo comunque presa un sabato, quando abbiamo salito una via sulla Nord dell’Aiguille du Midi.

Via bellissima, una linea logica e verticale dalla base alla cima, per 1000 metri: all’incirca 500 di canale iniziale su neve e qualche roccetta, 5 diri di goulotte da 60 metri l’uno, 200 metri finali di cresta per arrivare in cima. Condizioni erano buone, qualche tratto di misto, uscita molto “interessante”, a un certo punto il ghiaccio finisce, o quasi….

Partiti dal rifugio del Plan de l’Aiguille alle 4 siamo usciti alle 15, ma avevamo davanti una cordata che ci ha costretto a lunghe attese dove la via diventa stretta e obbligata. Per noi è stata una bella fatica e una enorme soddisfazione, salita assolutamente consigliabile.

Ormai è tardi……