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Via Svizzeri al GranCap!

Andrea è riuscito a sorprendermi una volta quando, finito il corso di alpinismo, ricevo una sua chiamata. Mi ha sorpreso ancora di più quando mi ha chiesto se volevo andare ad arrampicare con lui, per di più in valle dell’Orco. A metà luglio il meteo non è bello, i progetti sognati tutto l’inverno sembrano sfumare mentre la corta estate d’alta montagna passa con weekend piovosi. Bisogna scendere. Accetto volentieri l’invito per il sabato successivo. Previsioni: piovaschi durante tutta la giornata. Faccio alcune proposte, mi studio qualche via ma come sempre decidiamo dove andare solo quando siamo a Noasca. Dopo la galleria il cielo è nerissimo quindi proviamo a fare la via dello spigolo ad Aimonin. Ovviamente a metà del penultimo tiro si mette a piovere. Cominciamo a fare le doppie e, inaspettatamente, smette e la parete si asciuga velocemente. Noi siamo sulla grande cengia a metà parete quindi propongo di andare a fare i tiri belli di Pesce d’Aprile. Partiamo e, neanche a farlo apposta, al penultimo tiro ricomincia a piovere e ci dobbiamo calare definitivamente. La punta sarà per un’altra volta. Ci rimane un po’ l’amaro in bocca perché non siamo riusciti a finire le vie ma torno a casa contento. I tiri che abbiamo scalato non sono difficili ma sono molto belli e abbiamo passato la giornata a chiacchierare: ci raccontiamo esperienze, progetti futuri; Andrea mi confessa di essere preoccupato per il modulo di roccia del corso per diventare Istruttore Regionale e mi dice di voler arrampicare un po’ prima dell’esame; poi si torna a parlare di montagne e di un po’ di tutto. Quasi per caso gli dico che, se il tempo si sistema, vorrei fare una via sui satelliti del Monte Bianco, un sogno sarebbe il Gran Capucin.

La vera sorpresa arriva circa una settimana fa: mi arriva un messaggio vocale da Andrea. Sto lavorando e non posso rispondere ma appena ho un attimo e lo ascolto rimango senza parole: dopo la nostra giornata in Orco ha letto le relazioni della via degli Svizzeri e mi propone di andarla a fare il weekend successivo. Rispondo immediatamente. Adesso è il mio turno di studiare e quella sera vado a letto tardi dopo aver sfogliato tutto ciò che c’è in rete su quella via. Propongo una bozza di organizzazione e logistica, ma dobbiamo ancora aspettare per vedere se il tempo ci concederà un weekend sereno. Arriva il giovedì e delle previsioni attendibili: si va. Raffiniamo i piani, studiamo ancora una volta le relazioni e facciamo gli zaini. Venerdì sera si parte: passeremo la notte nel mio furgone per essere pronti per prendere la prima funivia alle 6.30, evitandoci però la levataccia a Torino.

Quando arriviamo a punta Helbronner la giornata è perfetta: calda, leggermente ventilata e non c’è una nuvola. Partiamo senza perdere tempo, in un’ora scarsa siamo alla base del Gran Capucin e qui scopriamo che non siamo stati i soli a pensare di venire a fare la via più ripetuta del pilastro più iconico del Monte Bianco.

Aspettiamo una buona mezz’ora e finalmente riusciamo a partire in parallelo con un’altra cordata di italiani. I primi cinque tiri consistono in un lungo zoccolo di terreno appoggiato che costeggia il canale che porta all’attacco storico della via. Questi passano veloci, la quota non ci dà fastidio, troviamo velocemente le soste e il famoso granito del Bianco ha un ottimo grip. In poco tempo ci troviamo dove la parete s’impenna e la roccia cambia colore dal grigio a un bellissimo arancione giallastro. Sullo zoccolo il percorso non è obbligato e appena prima di attaccare la prima fessura una cordata di francesi ci passa davanti. Noi non abbiamo ansia da prestazione e non cerchiamo nessun record quindi rispettiamo la precedenza e li facciamo sorpassare. Subito questa cordata si rivela essere lenta e fanno qualche manovra che non ci lascia molto tranquilli. Ad ogni modo i tiri passano tranquilli e ci troviamo in cima al grande diedro che caratterizza il primo terzo della via.

Sulla grande cengia mangiamo, beviamo e ci confrontiamo sui tiri passati. Le difficoltà fino a qui non sono state elevatissime ma l’arrampicata è sempre molto fisica. Inoltre guardiamo l’orologio e ci rendiamo conto che i francesi ci stanno facendo perdere molto tempo. Attacchiamo la seconda parte che percorre con tre tiri un diedro molto più aperto e verticale del precedente.

L’esposizione aumenta notevolmente e l’arrampicata si fa molto più sostenuta a causa della roccia che cambia e qua sembra non offrire nessun attrito. Si fa fatica a tenere i bordi arrotondati delle fessure, gli incastri sembrano scivolare fuori e i piedi che fino al tiro prima sfruttavano facilmente ogni cristallo, adesso devono essere spalmati su rare macchie biancastre dove sembrano tenere un po’ di più o devono rimanere in incastri sottili e malsicuri.

Quando sto arrivando alla seconda sosta di questa sezione il francese davanti a me cade e si fa calare dal compagno. Prendo la palla al balzo e salto la loro sosta nel tentativo di superarli unendo due tiri. Adesso il fiato corto e la stanchezza si fanno sentire e devo lottare per arrivare in sosta in libera. Viene il turno di Andrea che con qualche aiuto e un po’ di fatica arriva velocemente in sosta e conclude il sorpasso.

Adesso non abbiamo più cordate che ci indicano la strada ma, fortunatamente, la via è molto evidente. Un altro tiro e dovremmo aver finito la parte difficile. Il tiro successivo  passa veloce ma davanti a me c’è una placca che oltre ad essere chiodata distante non sembra affatto facile. Andrea giustamente mi chiede se non dovevano essere finite le difficoltà. “Ancora un tiro duro e poi spiana”: mi sento di rispondergli come si fa con i bambini ma non ho voglia di prendere il telefono in fondo allo zaino per guardare la relazione. Adesso sono stanco e il peso dei 10 tiri precedenti si fa sentire: voglio solo arrampicare e togliermi questo ultimo tiro duro. Adesso scalo sicuramente peggio rispetto ai primi tiri e, spalmato contro la parete tirando delle croste minuscole, le difficoltà mi sembrano estreme. Sbaglio il passo, ne combino di tutti i colori ma alla fine arrivo in sosta. Sopra di me ci sono solo più placche appoggiate e cielo. Superiamo velocemente il tiro che ci separa dalla cima. Questa volta ce l’abbiamo fatta! Siamo in cima al Gran Capucin!

Una vetta che avevo immaginato leggendo i libri di Bonatti, che mi aveva rapito lo sguardo la prima volta che avevo sciato la Vallée Blanche con mio padre più di dieci anni fa, che ha continuato a sfidarmi con i suoi diedri e i suoi tetti ogni volta che ho superato il Col des Flambeaux. Finalmente anche noi siamo su questa cima. Ci facciamo i complimenti a vicenda, una stretta di mano ma non perdiamo tempo. Rimaniamo concentrati perché c’è ancora una lunghissima serie di calate prima di arrivare al ghiacciaio. Ci dimentichiamo persino di fare una foto di vetta insieme, per fortuna sono riuscito a farne una mentre Andrea arrivava in sosta.

Le calate si svolgono velocemente e in meno di due ore tocchiamo la neve alla base del nostro pilastro. Finalmente possiamo togliere le scarpette, rimettere gli scarponi e avvisare a casa che siamo scesi dalla parete.

Ci manca solo più la penosa risalita fino al rifugio Torino. Non ci importa più di essere veloci e il fermarsi continuamente ci dà l’occasione di ammirare le mille punte del Monte Bianco al tramonto, il granito del Dente del Gigante che diventa rosso e i seracchi della Brenva che invece hanno già i colori della notte.

La mattina uscendo dalla funivia ci eravamo detti che un tempo accettabile sarebbe stato arrivare al Torino senza frontali, arriviamo quando le Grandes Jorasses e il Cervino in lontananza sono ancora ben illuminate.

Grazie Ruf per avermi accompagnato in queste belle gite. In bocca al lupo per il tuo esame! A presto su roccia, ghiaccio, misto, alta quota o nella grotta delle Courbassere!

Gran Paradiso Parete Nord

Racconto di Alejandro Pedroso

Parte un messaggio WhatsApp durante una pausa caffè martedì 3 giugno: “Ame, ti giro queste cose perché voglio soffrire o perché è un importante promemoria di una cosa discussa più volte in passato”; la risposta non si fa attendere: “Quando andiamo?”, bene, allora ci siamo!

Il messaggio conteneva delle immagini prese da un noto sito web su una recente salita della parete nord del Gran Paradiso. Come dicevo, ne avevamo parlato diverse volte, anche con altri istruttori della scuola, ma non si era mai trovata la quadra giusta, e come ben sappiamo, dovuto al cambiamento climatico insieme al rinnovato interesse per le montagne, sta diventando sempre più difficile trovare le condizioni giuste, non solo a livello di ambiente, ma anche a livello di affollamento.

Il caso vuole che proprio quel giorno io mi ritrovi a cena con alcuni amici sempre del giro del CAI, e c’è anche Fra che chiede se qualcuno fa qualcosa la settimana successiva perché lui è in ferie; gli dico “con Ame stiamo pensando alla Nord del GranPa, ti interessa?”; la risposta è scontata, scrivo ad Ame che si trova in palestra, coinvolge velocemente Albi; perfetto 2 cordate ce le abbiamo! Senza aver finito di cenare chiamo subito il rifugio per capirne la disponibilità; posto c’è! Prenoto! Non resta che tenere d’occhio il meteo ed incrociare le dita.

Ai tempi d’internet le informazioni corrono veloci e nel giro di pochi giorni 2 “contatti” la salgono, riferiscono condizioni ottime, il meteo continua a promettere bene per noi. Dai che ci siamo!

Martedì 10 giugno ci troviamo da Ame, pranziamo e partiamo alla volta della bellissima e selvaggia Valsavarenche nel cuore del Parco Nazionale del Gran Paradiso. Arriviamo al parcheggio accanto al torrente a circa 1830mslm e partiamo per il Rifugio Chabod (2710mslm) poco dopo le 16:30 e in due ore scarse siamo su, facendo gli 880m di dislivello, giusto in tempo per registrarci e dare le nostre preferenze per la cena.

Mentre saliamo ci fermiamo a bere un goccio d’acqua nella fontana di Lavassey, poi guardiamo il panorama e osserviamo con attenzione la cascata “Antares”, un classico della stagione invernale e del Corso di Ghiaccio. Ad un certo punto si scorge il Gran Paradiso e la via che saliremo il giorno dopo. La parete che, per essere precisi, ha un’esposizione Nord-Ovest, splende al sole a quest’ora e una leggera brezza fresca ci scorre intorno mentre guardiamo meravigliati lo spettacolo che abbiamo davanti. Ci guardiamo in faccia e commentiamo quanto sembri lunga e ripida, anche se si sa in montagna spesso veniamo ingannati dalle prospettive.

Sveglia alle 2:30, siamo andati a letto prestissimo e abbiamo dormito bene, facciamo colazione, ci prepariamo e partiamo tra una cosa e l’altra alle 3:15. Secondo il gestore del rifugio dovremmo essere una quindicina in parete oggi, 5 o 6 cordate. Siamo i primi a partire, poco dopo di noi una cordata di tre ragazze francesi (della Gendarmerie, a detta del rifugista). Ci mettiamo in cammino sulla traccia che parte dietro il locale invernale, pochi minuti e stiamo pestando neve ben rigelata, soffia vento, non forte ma più del previsto, ci fa capolino una luna piena ormai bassa attraversata da un paio di nuvole allungate, che comunque ci dona un po’ di luce in più, il cielo stellato è magnifico. Affrontiamo la morena sulla dorsale detritica, stiamo salendo a buon ritmo. Troviamo a un certo punto una traccia alta e una traccia bassa, ignoriamo l’alta, la prendiamo larga e proseguiamo lungo la normale per poi puntare decisamente a sinistra verso alcuni seracchi e risalire una rampa accanto a un piccolo scarico da valanga. A quel punto vediamo le ragazze francesi che probabilmente seguendo la traccia alta hanno recuperato un po’ di terreno. Io devo aggiustare un rampone, e nel frattempo ci raggiungono, saranno passate circa due ore e mezza dalla partenza; siamo lì circa un’ora prima di quanto ci è stato detto in rifugio. Risaliamo un po’ tutti insieme il pendio che porta alla terminale, e, siccome siamo dei cavalieri, lasciamo le ragazze attraversare per prime; poi Amedeo ed Alberto ed infine Francesco ed io. Il crepaccio è abbastanza chiuso, avrà un’apertura di una spanna e la neve intorno è solida, il vento soffia ancora anche se più a folate.

La salita si fa pian piano più ripida, la neve è portante e abbastanza gradinata, in buona parte grazie alle cordate che abbiamo davanti; Amedeo ha sorpassato le francesi e sta battendo traccia, a momenti la quota si inizia a far sentire, ma la salita è abbastanza agevole. Ad un certo punto arriviamo a un punto un po’ ghiacciato dove traversiamo a sinistra con colpi decisi di piccozza mentre ci avviciniamo alla fascia rocciosa sulla nostra sinistra.

Continuiamo a salire mentre le cordate che ci precedono rallentano perché sono arrivate a 8 o 10 metri di ghiaccio affiorante. Amedeo prosegue più lentamente ma con passo deciso, pianta 3 viti che lascia gentilmente per le ragazze e per noi. Nel frattempo noi attendiamo mentre dall’alto un po’ di ghiaccio ci cade in testa mentre cerchiamo di spostarci un po’ dalla verticale, ma non c’è molto da fare. Il ghiaccio risulta crostoso e spaccoso in superficie con ghiaccio più duro sotto, tecnicamente non è difficile, solo un po’ delicato, procediamo tutti quanti in conserva, a me l’onere di recuperare il materiale. Ancora pochi metri e i primi raggi di luce iniziano a colpirci, qualche metro in più e siamo in cresta, e che cresta magnifica! Siamo fuori dalla Nord!

Ci avviamo verso destra, piegando in direzione Sud-Ovest, lungo l’estetica e affilata cresta di neve, che verso la fine inizia a far vedere qualche roccia. Tocchiamo il punto più alto del Gran Paradiso a 4061mslm, l’unica vetta sopra i 4000 totalmente in territorio italiano. Facciamo la calatina verso l’intaglio e risaliamo il salto roccioso fino alla Madonnina che è il punto di riferimento classico per questa montagna, anche se in realtà si trova qualche metro più in basso della cima “vera”. La mia personale opinione è che la soddisfazione è la stessa e non ci disturbiamo con i cacciatori di cifre. Sono circa le 8:00 e noi sorridiamo accanto alla statuina, il vento si è placcato, il sole splende, il cielo è azzurrissimo, non si può chiedere di meglio!

Battiamo un cinque, ci idratiamo bene, mangiamo qualche barretta e intorno alle 9:00 giù per la via normale che ci riporterà allo Chabod, dove arriveremo intorno alle 11:00 per prenderci una meritata fetta di torta, per poi proseguire giù verso la macchina. Dopo più di 2200m di dislivello negativo ci rinfreschiamo un po’ nel torrente e ce ne torniamo a casa più che soddisfatti!

Arrampicare al Muzzerone in inverno

Febbraio, inverno è la stagione delle cascate e del nostro (splendido) corso di ghiaccio, ma la proposta del Direttore di un weekend di aggiornamento al mare, per gli Aspiranti Istruttori e gli Istruttori che a breve dovranno sostenere gli esami regionali, viene accolta con entusiasmo.

Quindi sabato mattina si parte, destinazione Muzzerone. Il meteo è fantastico, sole per tutto il weekend, temperatura ottimale per arrampicare su delle bellissime vie a picco sul mare.

Questa è la settimana del Festival di Sanremo e noi lo sappiamo molto bene, sopratutto qualcuna di noi, quindi la playlist del viaggio non può che essere quella della kermesse musicale! Cuoricini dei Coma Cose diventerà la nostra canzone preferita e ci accompagnerà per tutto il weekend per la contentezza di Daniele!

Arrivati al parcheggio le cordate sono fatte, dopo un avvicinamento avventuroso, in discesa, fra corde fisse e fango, tre cordate salgono sulla via Prenotazione Obbligatoria al Pilastro del bunker, mentre un’altra cordata si ferma alla falesia della Parete Centrale. Il calcare del Muzzerone ci dà grandi soddisfazioni, l’arrampicata è molto bella e tecnica e il panorama è spettacolare.

La giornata prosegue con un giro nella bellissima Porto Venere e un meritato aperitivo vista mare. In serata raggiungiamo l’albergo per la cena e poi vuoi non guardare un pezzo di Sanremo (quasi) tutti insieme?

Domenica dopo una bella colazione raggiungiamo di nuovo il Muzzerone e ci dividiamo, due cordate (Marco ed Eleonora e Alberto, Luca e Giovanni) saliranno la classica e bellissima “Chi vuol esser lieto… sia”, mentre Elisa, Francesco e Daniele andranno su Kimera alla Parete Striata, che raggiungeranno con tre calate in corda doppia nel vuoto a picco sul mare. Anche oggi il sole ci accompagna per tutta l’arrampicata e ci godiamo queste bellissime vie. 

Purtroppo domani è già lunedì e dobbiamo tornare a casa, tutti molto soddisfatti di questo weekend all’insegna della bella arrampicata e che ha dato modo ad alcuni di noi di imparare cose nuove e a tutti di divertirsi ed arrampicare in ottima compagnia! 

Vi aspettiamo tutti al nostro prossimo Corso di Vie Lunghe su Roccia, per condividere con voi queste splendide esperienze!

La Nord del Pizzo d’Uccello

L’estate avanza, le giornate sono lunghe e calde, quale periodo migliore per affrontare una parete Nord?

Nel cassetto delle vie classiche da fare almeno una volta nella vita c’è la via probabilmente più famosa delle Alpi Apuane, la Oppio-Colnaghi sulla parete Nord del Pizzo d’Uccello.

Come sempre insieme al fidato Paolo, partiamo una sera e andiamo a dormire dove inizia il sentiero per raggiungere l’attacco della via e, dopo una notte non troppo lunga, raggiungiamo la parete.

La Nord vista dall’inizio della ferrata.

La via è molto lunga, se la si arrampica tutta a tiri se ne contano 19 totali, ma ha anche lunghi tratti che possono essere percorsi in conserva con le giuste precauzioni (se si esce anche poco dalla linea classica, la parete può diventare moooolto instabile!)

Le difficoltà non sono mai elevate, ma i tiri di V+ classico non sono mai da sottovalutare e le protezioni scarseggiano! Oltretutto non è sempre facile integrare.

Una delle caratteristiche che ha reso famosa questa via sono le due scritte “comuniste” che si incontrano in due delle soste, più o meno a metà parete: chissà chi si sarà preso la briga negli anni di andarle a piazzare proprio lì!

Lotta Continua…

Potere alle masse…

Nel complesso la via si svolge prevalentemente dentro camini o pseudo tali, come ovvio considerando l’anno in cui fu salita la prima volta da Oppio e Colnaghi, il 1940!

Paolo in uscita da uno dei camini

Quando arriviamo in cima siamo soddisfatti e… accaldati! Ebbene sì, come intuibile, vista la zona e la relativa bassa quota (la vetta del Pizzo d’Uccello è a 1781 mslm), è una Nord che non lascia un ricordo da Nord Alpina, infatti l’abbiamo scalata tutta in maglietta e, le poche volte che il sole ci colpiva di traverso, ci riparavamo subito all’ombra alla ricerca di refrigerio!

In Vetta!

La via è sicuramente meritevole, sia per il valore storico che rappresenta, sia per la bellezza dei panorami e per la solitudine con la quale la si scala!

La Cittadella

30/09/2023

Ultimo sabato prima del corso di arrampicata libera che inizierà domani (che bello, non vediamo l’ora, sarà la solita esperienza bellissima con nuovi allievi entusiasti di imparare): potremmo passarlo con qualcosa di rilassante? Nah, meglio una sveglia antelucana e una bella giornata di ravanage!

Mi faccio convincere (abbastanza facilmente, lo ammetto) da Paolo e Francesco ad andare a cercare la via dello Sperone Nord alla Cresta della Cittadella, al fondo della Val Grande di Lanzo.

Eviterò una relazione dettagliata (peraltro praticamente impossibile da scrivere in modo esaustivo), visto che quelle che si trovano già su Internet sono praticamente il meglio che si può scrivere a riguardo, e mi limiterò a confermare quello che si sa della via: è un ravano totale!

La via di per sé è molto bella (10 tiri praticamente completamente da proteggere, soste comprese, seguendo diedri fessure e placche, mai banale ma mai estrema (un singolo tiro di 6a ed un altro di 5c+ che gli assomiglia molto), ma la vera avventura è trovarla!

Noi ci siamo persi più e più volte, sia all’andata per trovare l’attacco, sia nella discesa dalla cima per tornare agli zaini, sia per tornare da lì all’auto! Il riassunto è: rododendri, ontani, rododendri, lamponaie, rododendri e anche qualche rododendro! Probabilmente avremmo dovuto fare come Pollicino e lasciare una traccia almeno per il rientro da base parete al Santuario, ma essendoci persi già in salita non so quanto sarebbe stato fattibile! Ma in fondo è anche questo che ha reso questa giornata (durata circa 12h auto-auto) una vera avventura!

Bravi e grazie a Paolo e a Francesco che hanno diviso con me oneri e onori di questa giornata!

E per fortuna domani torniamo agli spit in falesia per un po’ di relax 🙂

Come sempre… ci prepariamo al parcheggio!

Fino al Santuario… unica parte facile della gita!

Paolo si avventura in uno dei primi diedri.

Io che cerco di capire quanto manca alla fine della via (molto!).

Noi che ci concediamo un selfie ad una sosta!

Una sosta, quasi una Raumer omologata!

Paolo sul passo chiave del diedro di 6a.

e Paolo che ne è uscito egregiamente.

Un quasi fittone resinato (uno dei pochi incontrati lungo la via).

Francesco fotografa me e Paolo mentre scala!

Paolo cerca la via!

Cambio comando a metà via (vado io sul diedro di 5c+).

Paolo sul passo chiave del diedro,

Un’altra sosta montata a regola d’arte!

Paolo che arriva in sosta sul penultimo tiro!

E che incredibilmente ce la fa!

Io a fine via che recupero Paolo e Francesco che stanno ravanando nei rododendri che ci hanno accolti sull’ultimo tiro!

Noi tre che iniziamo la discesa, senza saper ancora cosa ci aspetta!

Traversata Provenzale Castello

Weekend 15-16 Luglio 2023

Dopo un po’ di weekend con salite impegnative, decido di passare un weekend rilassante, così accetto l’invito di Elisa di unirmi a lei, Francesco e Cecilia per fare “due vie facili” in zona Provenzale-Castello, con serata e nottata in campeggio.

Mi sembra un’ottima idea, ottima compagnia e salite facili.

Il sabato mattina partiamo presto e, arrivati non troppo tardi a Chiappera, ci avviciniamo alla Rocca Provenzale e scaliamo in due cordate la facile ma bella via “Danza Provenzale”.

La Rocca

Elisa che Danza

Danza anche Cecilia

Arrivati alla cima della via, la quale interseca la normale alla Rocca Provenzale, Elisa se ne esce con “la traversata Provenzale-Castello è proprio una salita che mi piacerebbe fare!”. Detto fatto, Francesco coglie la palla al balzo e dice “perché no? approfittiamo che c’è Daniele e la facciamo in due cordate domani!!”. Ovviamente dico subito di sì e addio weekend rilassante 🙂

La discesa, con il pensiero rivolto al giorno dopo

La serata scorre piacevole, anche grazie alla compagnia di Rosy e Manu, che stanno passando un weekend di passeggiate lì in zona. Decidiamo orario di partenza, materiale e compagnia cantante e ce ne andiamo a dormire.

Che bel gruppo!

Mattina con sveglia presto e attacco della normale della Provenzale alle prime luci, la saliamo in relativa velocità (lungo la via si trova solo un passo facile su uno strapiombino, per il resto al massimo sono passi di II).

Verso la cima della Provenzale

Arriviamo in cima e ce la godiamo per qualche minuto, prima di calarci alla forcella che porta alla cresta Figari, la quale a sua volta unisce la Provenzale alla Castello (Torre): la cresta è bella e non troppo difficile, ma molto affilata ed estetica, e ci permette di arrivare abbastanza rapidamente sotto la Torre Castello, al cospetto dell’attacco della via Castiglioni!

Sulla Figari… la Castello ci aspetta!

Questa è la parte impegnativa di tutta la traversata, la attacchiamo decisi ma non senza qualche timore di fronte alla chiodatura lunga (dove non possibile integrare con friend o nut), ma ce la caviamo bene, Francesco, Elisa e Cecilia mi seguono veloci e in poco tempo (anche se a qualcuno è sembrato molto tempo :)) raggiungiamo il pianoro sommitale della Torre: che soddisfazione e che vista da lassù! Ci godiamo per un po’ il posto, poi con una doppia ci caliamo alla forcella tra la Torre e la Rocca, raggiungiamo quest’ultima con un facile ma bel tiro in un diedro rotto.

La Traversata è completata e non ci resta che fare un po’ di doppie per tornare a terra!

Il weekend di relax si è trasformato in una bellissima avventura con amici e amiche di gran compagnia, perché mica vogliamo solo soffrire!

Finalmente il GranCap!

Io sognavo di raggiungere la vetta del Grand Capucin, uno dei Satelliti del Monte Bianco più famosi e temuti, da tanti anni, mentre Paolo sognava di raggiungere nuovamente la stessa cima (l’aveva già raggiunta dalla Via degli Svizzeri) dalla blasonata Via Bonatti-Ghigo, la prima salita dal mitico Walter sull’imperiosa parete Est!

Così decidiamo di provarci, peraltro come prima via in alta montagna della stagione, e come prima opzione pensiamo di salire al Torino il venerdì pomeriggio, salire la via il sabato, dormire ancora in quota e scendere domenica. Purtroppo un inconveniente lavorativo ci impedisce di salire il venerdì, così facciamo la follia di partire sabato mattina con la prima funivia e tentarla così.

Ma ovviamente abbiamo fatto il passo più lungo della gamba e, nel tardo pomeriggio, ci troviamo sotto il muro di 40 metri di 7a, che peraltro è completamente bagnato (più che altro è una cascata!), così in modo un po’ avventuroso disarrampichiamo l’ultimo tiro salito (il 6c di fessurino in traverso) e scendiamo, per evitare di farci sorprendere in parete dal buio! Scelta che si rivela saggia! Passiamo la notte al Torino (vecchio! il nuovo era pieno!) e al mattino saliamo la Bettembourg al Pic Adolphe (avevamo deciso di fare una via facile vista la stanchezza, e la scelta era caduta su Lifting du Roi al Roi de Siamo, ma c’era una gran coda, così…).

Settimana dopo, Paolo mi chiama e mi dice “ora la conosciamo fino a metà, saremo più veloci fino lì, facciamo in artif il muro bagnato e per la sera scendiamo”, io titubo un po’ ma poi mi faccio convincere, ma a condizione di salire la sera, dormire su (in tenda sul ghiacciaio), farla dormire di nuovo in tenda e scendere con comodo il giorno ancora seguente! E così è, si parte il sabato pomeriggio, notte bellissima in tenda sotto il GranCap, e al mattino attacchiamo alle prime luci.

Risaliamo velocemente lo zoccolo, seguendo delle cenge verso sinistra (il canale usato originariamente da Walter non è più salibile in sicurezza in questa stagione), e alle 8 siamo sulle Terrazze Bonatti sotto l’attacco del primo tiro!

Come previsto da Paolo saliamo velocemente i tiri già saliti la volta precedente, diedri e fessure bellissimi, saliti in libera fino al 6b, poi il famigerato fessurino di 6c in traverso verso destra seguito dal muro di 40 metri, sempre bagnato (saliti entrambi in artif con uso di staffe, per velocizzare la progressione).

Da quel momento ci muoviamo su terreno a noi sconosciuto, ma, un po’ in libera un po’ in artif, raggiungiamo la vetta nemmeno troppo tardi, nonostante la mia notevole fatica e i crampi del povero Paolo che ha dovuto tirare da primo gli ultimi tiri (la via è davvero molto fisica, e scalarne tratti in artif non rende la fatica minore!).

Poi doppie “veloci” (in realtà ne sbagliamo una e dobbiamo superare uno strapiombo in discesa), e prima del buio siamo di nuovo in tenda, una bella cena ristoratrice sul fornello e poi un meritato riposo!

La soddisfazione di aver seguito le orme di uno dei più grandi alpinisti di sempre si  legge ancora nei nostri occhi mentre scendiamo con la funivia!

Grazie a Walter per averci aperto tante e tante vie e grazie a Paolo per la sua affidabilità e tenacia!

Bonatti al Grand Capucin

Bonatti al Grand Capucin

Bonatti al Grand Capucin

Bonatti al Grand Capucin

Bonatti al Grand Capucin Bonatti al Grand Capucin

Bonatti al Grand Capucin Bonatti al Grand Capucin

Bonatti al Grand Capucin

Bonatti al Grand Capucin

Bonatti al Grand Capucin

Bonatti al Grand Capucin

Da Capo Uomo a Gaeta

Un inizio di gennaio 2015 particolarmente freddo, un viaggio particolarmente lungo, un incontro di amici di diversa provenienza (Torino, Genova, Piacenza) in un luogo spesso strafrequentato dai Romani: Sperlonga (Latina).  Per spezzare il viaggio io e Carla facciamo tappa ad Orbetello e scaliamo la parete solare di  CAPO D’UOMO sull’ Argentario. Magnifico calcare grigio verticale a poco meno di un ora di marcia fra vegetazione mediterranea e panorama delizioso. Torneremo per le vie lunghe ma anche per il gentile signore del B&B Alice e l’indimenticabile mangiata di pesce alla Rosa dei Venti. Arrivati a Sperlonga la sorpresa: la strada che collega Sperlonga a Gaeta e’ chiusa per una recente frana di grossi massi! Risultato un po meno gente. Ma la guida dei luoghi e’ comunque già esaurita. Da Guido il Mozzarellaro troviamo la relazione per nuovi luoghi:  settore Eldorado del MONTE MONETA, raro esempio di roccia strapiombante e aderente in un mondo di placche con reglette. Dopo giorni di sole e vento, dopo un temporale notturno con un fiume d’acqua che scendeva sulle ripide strade di selciato marmoreo che scendono al mare; ecco finalmente un giorno di mare calmo e l’occasione di calarsi sull’acqua dall’inquietante (almeno per chi non la conosce) parete di MONTAGNA SPACCATA di Gaeta. E’ lunedi’ e sulla roccia ci siamo solo noi due, da non credere! alcuni giovani di Vicenza senza relazione non si osano (gli regalerò le mie fotocopie). E’ da quando leggevo i “100 nuovi Mattini” di Alessandro Gogna che speravo di andarci una volta, ma non pensavo di fare qui il battesimo della prima via lunga dopo l’intervento di blocco totale della caviglia (artrodesi)! Fatte le 4 calate siamo a 5 metri sopra l’acqua; lasciamo sulla destra la storica via dello Spigolo (5c) e la moderna Croce del Sud (6a+), per addentrarci con un traverso nel mondo di camini e torrioni staccati della via Beatrice (5b con un tratto di 5c). La roccia risente della salsedine, ma la chiodatura e’ stata rinnovata, almeno nei primi tiri, salendo in spaccata il caminone finale con il mare blu sotto le gambe sono emozionato. In cima foto d’obbligo con maglietta di ringraziamento a patologia-arrampicatoria.it che mi aveva incoraggiato prima del riuscito intervento: <2015 l’anno del ritorno!>

Silvio Tosetti,  2-6 gennaio 2015

Rocca la Meja – Eppure il Vento soffia ancora

EPPURE IL VENTO SOFFIA ANCORA

S. Aragno, M. Bernini, M. Piras nel luglio 2012

300m; 6c/6c+; 6b obbl. S3+ per la parte bassa; S3 per quella alta

La Via parte dallo zoccolo sotto la cengia della Normale per seguire poi fedelmente il pilastro a Dx di quello di “31anni e non sentirli” e si sviluppa tra placche, muri verticali, fessure e diedri.

Itinerario a tratti piuttosto ingaggiato, il grado obbl. è meglio avercelo tutto.

Materiale: Corde da 60, indispensabile una serie di friends, 11 rinvii

Via parzialmente attrezzata con fixe inox, Kinobi, soste con 2 fixe, cordino e maillon solo nella parte alta

Si ringrazia www.kinobi.it

Discesa: dalla cimain sei doppietutte le doppie a parte la 3^ e l’ultima è consigliato farle con una corda sola!!!

Dall’ultima sosta fare una calata, da 30m tralasciando la sosta di partenza del tiro.

2^ doppia sul bordo della parete, una sola corda, 30m

3^ doppia da 50m per arrivare alla partenza del 5° tiro

Altre 2 doppie da 30m!!!

Ultima doppia dalla base del diedro sino a terra…60m, poi a piedi per la Normale

Avvicinamento/Attacco:  da Demonte in Valle Stura oppure da CastelMagno in Valle Grana si sale fino al Colle di Valcavera e da qui si scende all’altopiano della Gardetta e si prosegue per la sterrata fino al Colle Margherina, evidente da qui la parete.

Dal parcheggio al Colle Margherina seguire il sentiero per la cengia della Normale

La via attacca sullo zoccolo a Sx di “Correnti Gravitazionali”, scritta alla base e fixe Kinobi a qualche metro da terra.

L1) seguire il bel muro grigio prima utilizzando il diedro di Dx poi diritti. 4 fixe, 5c, 30m

L2) bellissima placca su roccia lavorata sin sotto il tetto. 4 fixe, 5c, 30m (il tiro è abbinabile al seguente)

L3) aggirare a Sx il tetto, spostarsi a Dx alla sosta. 1 fixe, 5b, 15m

Superare il pratone, è presente una sosta a metà su uno sperone grigio, e proseguire sin sotto lo spigolo della parte alta, posto una 20ina di metri a Dx di “31anni e non sentirli”.

Nome alla base

L4) seguire lo spigolo sino al 4° fixe per poi spostarsi sulla parete di destra (consigliabile allungare il 4° e 5° rinviaggio), passare la cengia ed in obliquo alla sosta. 7 fixe, 6a+ expò, 35m

L5) passi difficili ad uscire dalla sosta con runout dal 3° fixe verso sx, poi per muri rossi e gradoni alla sosta. 6 fixe. 6c/6c+, 35m

L6) bellissimo ma corto diedro, 4 fixe. 6a+, 25m

L7) partenza in fessura poi placca/muro, dal 2° fixe conviene spostarsi a Dx, runout sino al fixe successivo, ribaltamento non facile e placca. 4 fixe. 6a+, 25m (i tiri sono unibili)

L8) dalla sosta spostarsi a Sx, fixe con cordino, corto traverso, pochi metri su marciume, e muretto impegnativo, sosta bis…facoltativa, se si allungano i primi 2 fixe la corda non tira. 8 fixe. 6b, 50m

L9) difficili passaggi per andare al primo fixe e superarlo…verso dx, poi più facile ed entrare in un fessurone, fixe all’uscita. 3 fixe. 6c/6c+ poi 6a, 30m

L10) bellissimo muretto giallo, primo fixe alto, dopo il 2° è possibile mettere un friend medio, sosta in cima al pilastro. 2 fixe. 5c/6a, 25m

Le sorprese dell’Orco

In questo caso l’Orco non è verde e non mangia nemmeno i viandanti.

Tutt’al più vi potrà chiedere una tassa in pelle delle mani per il vostro passaggio nei suoi territori.

No, non sto parlando di un orco che per sbarcare il lunario si dedica alla manicure dei turisti ma del nostro orco per eccellenza ( no, non è Sherk): l’orco della Valle dell’Orco!

Come gli umani, anche gli orchi possono attraversare dei periodo di crisi di coppia.

Le liti si sprecano, i piatti volano e il povero Orco esce di casa spesso cercando una maniera per scaricare la tensione accumulata tra le mura domestiche.

Ha provato a sradicare alberi ma si è preso una multa dalla forestale, ha provato a scagliare massi da un lato all’altro della valle ma i carabinieri lo hanno arrestato pensando che fosse un black block in allenamento, ha passato la sera nella taverna del paese a bere ma ha lasciato l’auto in doppia fila e il carro attrezzi l’ha portata via.

Mentre rincasava barcollando al buio attraverso il bosco, senza vederci una cippa perché la pila frontale è rimasta nell’auto, malediceva l’oste della taverna per il suo buon vino.

Tra un’imprecazione e l’altra si reggeva a mala pena in piedi appoggiandosi ai tronchi dei larici.

Sarà stata la stanchezza, forse l’alcool, forse la scarsa cultura di botanica alpina ma decise di appoggiarsi ad un sambuco che, come voi sicuramente saprete, ha qualche difficoltà a sorreggere un Orco di diversi quintali.

PATATRACK!!!!!!

L’Orco si ritrovò a ruzzolare giù per la montagna inviando simpatici appellativi alla moglie, al cielo, alla forestale, ai carabinieri e, soprattutto, a quel dannato esame di botanica alpina passato con un indecente 18!

La caduta  terminò alla base di un salto di grigio gneiss.

Contuso e disorientato l’Orco raccolse le forze rimaste e con un urlo di disperazione tirò un gancio destro alla parete.

La roccia tremò ed una fessura spaccò in due la parete correndo in obliquo.

L’Orco,con suo stupore, provò un senso di calma interiore. Aveva trovato il modo per sfogarsi ed era appena nata la FESSURA DELLA DISPERAZIONE!

Da quel giorno in avanti,quotidianamente, l’Orco si reca alla base di una parete per prenderla a cazzotti.

Lui si sfoga e noi abbiamo sempre nuove fessure da salire!!!

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Durante la primavera e l’estate 2011 con diversi amici ho seguito le tracce dell’Orco cercando le sue fessure.

Non è stato difficile ed i risultati sono stati più che soddisfacenti

In ordine cronologico sono state salite le seguenti  NUOVE linee:

PERCUSSIONI LITICHE: una superba fessura strapiombante ad incastro di dita e mano valutata 7b+/c. Questo monotiro si può annoverare tra le più belle fessure della valle salibili in stile trad  e regala una sequenza di movimenti veramente “ ecceziunali”!

Come arrivarci? 

GERA UNA VOLTA: tra la boscaglia sopra la Fraz. Gera con Fabrizio Berruto ho scovato un tiro molto carino valutato 6b. Si tratta di una fessura ad arco con incastri di mano e dita completamente da proteggere.

Come arrivarci?

LA PULCE D’ACQUA: corta via di fessura composta da 4 lunghezze di corda a piombo sul torrente orco aperta con Emanale Foglia. Le difficoltà date in apertura sono: 6c, 6b,4c,6 a+.

Sulla via sono presenti due spit ed è necessaria una serie di friends doppia fino al numero 2 BD.

Come arrivarci?

MANSUETO: monotiro scoperto aprendo “la pulce d’acqua”. Fessura leggermente appoggiata ad incastro di mano ideale per prendere confidenza con questo genere di arrampicata. 5b

Come arrivarci?

BASTASU U PADRONE: diedro perfetto posto appena a destra di Mansueto con cui ha in comune la sosta.5c

Come arrivarci?

La caccia alle fessure non è terminata,

l’autunno promette bene!!!

Umberto Bado – Guida Alpina